Le superstizioni dei marinai: cosa non si deve mai fare in barca?

Le superstizioni dei marinai: cosa non si deve mai fare in barca?

Ogni volta che salivano in barca, i marinai del passato si trovavano in balia della forza degli elementi e spesso il loro viaggio finiva in tragedia.

Non c’è da stupirsi che molti di loro avevano sviluppato peculiari credenze, che li portavano a tenere alcuni precisi comportamenti durante la navigazione per scongiurare le sciagure, scacciare la malasorte, attirare la fortuna e raggiungere la loro destinazione.

Oggi rappresentano mere superstizioni, ma che comunque fanno parte della cultura della nautica… E magari l’armatore più scaramantico o rispettoso dei suoi predecessori vorrà comunque seguire alcune di queste indicazioni.

Per esempio, avere un gatto a bordo preannuncia una buona navigazione: questa superstizione è legata a un fatto storico, poiché i felini cacciavano i topi nascosti sulle barche, che altrimenti avrebbero mangiato il cibo, rosicchiato le corde e diffuso malattie.

Per contro i conigli sono i nemici giurati dei marinai: venivano portati vivi a bordo per avere carne fresca, ma avevano l’abitudine di rosicchiare le gabbie che li contenevano per poi passare alle corde.

Sempre parlando del regno animale, nella cultura marinaresca l’albatros incarna le anime dei marinai morti e quindi merita il massimo rispetto: guai a fargli del male, come ci ricorda Coleridge nella Ballata del Vecchio Marinaio.

Non tutte le creature alate hanno una simile reputazione: molte altre sono di buon augurio, poiché indicano l’avvicinarsi alla terra ferma.

Se qualcuno indossa abiti verdi, un marinaio del passato non lo farebbe mai salire sulla sua barca: è considerato infatti un colore funesto perché richiama alla mente la muffa del legno e l’ossido del metallo, due fenomeni che potevano seriamente compromettere l’integrità dell’imbarcazione.

Gli armatori che amano le banane, inoltre, rimarranno delusi nel sapere che non sono ammesse a bordo. L’origine di questa credenza viene ricondotta a due motivi: da una parte, il trasporto delle banane doveva essere effettuato in tempi brevi perché maturano molto in fretta e perciò si prendevano rotte più brevi, ma più pericolose; dall’altra, marcendo le banane rilasciano gas metano che poteva avvelenare i marinai, considerando quanti frutti poteva contenere una stiva.

Fischiare in mare era visto come un modo per richiamare Eolo, il dio dei venti, o il diavolo, a seconda delle interpretazioni: in entrambi i casi, così facendo si attiravano uragani e tifoni, anche se i marinai più arditi, o disperati, fischiavano di proposito quando c’era la bonaccia.

Infine, una delle tradizioni che ancora oggi rimane vive tra gli appassionati del mare è quella legata al nome dell’imbarcazione: mai cambiarlo.

Il mito vuole che quando una barca viene battezzata, questo nome viene iscritto in un registro conservato da uno spirito del mare e cambiarlo attirerebbe la sua ira.

Esistono tuttavia due metodi per rinominare la barca in modo ‘sicuro’: un rito propiziatorio (approvato dalla Marina inglese) che si conclude gettando in mare una targa metallica con il vecchio nome scritto in inchiostro solubile oppure il ‘taglio’ della scia della propria imbarcazione effettuato da una barca amica per tre o sette volte, a seconda della tradizione a cui si fa riferimento.

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